Aristotele nasce nel 384 a.C. a Stagira. A diciassette anni entra nell’Accademia di Platone ad Atene e vi rimane fino alla morte del maestro. Nel 342 Filippo II di Macedonia lo chiama a corte per educare suo figlio, il futuro Alessandro Magno. Nel 334 torna ad Atene e fonda il Liceo, detto anche Peripato, dove le lezioni si tengono passeggiando sotto il portico coperto. Dei suoi scritti essoterici, destinati al grande pubblico, resta ben poco; ci sono però pervenuti gli scritti acroamatici, rivolti agli allievi del Liceo, che coprono l’intera enciclopedia del sapere del tempo. Dopo la morte di Alessandro Magno nel 323, Atene si schiera contro la Macedonia e Aristotele viene accusato di empietà. Lascia la città e muore pochi mesi dopo a Calcide per una malattia allo stomaco. Dante Alighieri lo colloca nel Limbo, in mezzo ai filosofi dell’antichità che lo guardano e gli rendono onore, e lo chiama “il maestro di color che sanno” (Inferno, IV, 131).
Aristotele sosteneva che per conoscere qualcosa fino in fondo bastasse rispondere a quattro domande: di cosa è fatta, come è fatta, chi o cosa l’ha prodotta e per quale scopo. Si tratta delle quattro cause, non nel senso moderno di eventi che producono effetti, ma di principi esplicativi: le coordinate necessarie per capire un ente nella sua totalità. Il tema viene approfondito nel secondo libro della Fisica e nel quinto libro della Metafisica, dove Aristotele costruisce il primo glossario dei termini filosofici della cultura occidentale.
Causa, in un senso, significa la materia di cui sono fatte le cose […]. In un altro senso, causa significa la forma e il modello, ossia la nozione dell’essenza e i generi di essa […]. Inoltre, causa significa il principio primo del mutamento […]. Inoltre, la causa significa il fine, vale a dire lo scopo delle cose.
Aristotele, Metafisica, trad. di G. Reale, Bompiani, Milano 2008, Libro V, cap. 2, 1013a, p. 191
L’esempio di una statua, analizzato in parte dallo stesso Aristotele, chiarisce bene il concetto. Il bronzo è la causa materiale. Il profilo che la statua assume è la causa formale, ovvero la configurazione che la distingue da tutte le altre. Lo scultore è la causa efficiente, inteso come colui che interviene dall’esterno e mette in moto il processo. Lo scopo per cui la statua è stata creata è la causa finale, ad esempio il compenso o la gloria che l’artista vuole ottenere realizzandola.
Aristotele estende questa griglia agli oggetti naturali, agli artefatti e ai processi di cambiamento: tutto ciò che esiste o accade per una ragione può essere spiegato attraverso le quattro cause. Applicato alla vita contemporanea, lo schema vale anche per le riunioni aziendali, diffusissime e quasi sempre mal gestite. Le quattro cause aiutano a capire perché falliscono così spesso e che cosa serve per farle funzionare.
La causa materiale è il contenuto, ciò che entra in sala e che alimenta la discussione. Immaginiamo due riunioni sullo stesso tema: nella prima i colleghi arrivano con i dati di vendita del trimestre, un’analisi della concorrenza e tre scenari già formulati; nella seconda invece nessuno porta niente, e si finisce per decidere a sentimento. Capita talvolta che la scelta sia quella giusta, per esperienza o per fortuna, il che è quasi peggio. Dal successo occasionale alla convinzione che i dati siano superflui il passo è breve, e da lì al disastro il tragitto si fa ancora più corto.
La causa formale è la struttura dell’incontro: sulla carta si chiama agenda e definisce cosa fare nel tempo disponibile. In sala emerge però anche una struttura implicita, da cui affiorano domande sulle dinamiche di potere. Chi parla per primo orienta gli altri o ognuno tiene il punto? Le obiezioni vengono ascoltate o archiviate educatamente? Il tempo è di tutti o ha già un padrone?
La causa efficiente sono le persone in sala, a partire da chi ha convocato la riunione e da chi la conduce: ognuno dovrebbe sapere perché è lì e quale ruolo ha. Serve sempre una figura che gestisca i tempi e prenda nota di ciò che si discute, assegnando i passi successivi. Se il decisore non è in sala, la riunione è preliminare o decorativa, oppure qualcuno ha scelto di tenerlo fuori, e anche questa è un’informazione utile, soprattutto in una negoziazione.
La causa finale è lo scopo della riunione. La maggior parte degli incontri è genuinamente aperta nell’esito, ma ne esiste anche una variante orchestrata per dare copertura collegiale a una decisione già presa: i partecipanti siedono al tavolo convinti di contare qualcosa, ma il responsabile rilancia ogni volta, in un’impeccabile liturgia della consultazione. La riunione si chiude quando qualcuno, allo stremo, pronuncia esattamente la conclusione che il capo aspettava sin dall’inizio, sebbene le ragioni contrarie siano molte di più di quelle a favore.
Le quattro cause si configurano alternativamente come uno strumento di diagnosi rapida o di prevenzione: a riunione iniziata, permettono di correggere il tiro; applicate in anticipo, fanno già metà del lavoro – ammesso che valga la pena far sedere il team attorno a un tavolo. Se la risposta è negativa, basta una mail. In caso affermativo è comunque ancora il caso, filosofia a parte, di prenotare la sala e di controllare che il proiettore funzioni.

Volendo scegliere la riunione più dipinta della storia dell’arte, il primo posto spetta senza dubbio all’Ultima Cena. Le versioni sono innumerevoli, ma la più celebre resta quella di Leonardo da Vinci del 1498, che fissa per sempre l’istante dell’annuncio in architettura prospettica e dramma corale. Due secoli prima, Giotto mette a fuoco l’attimo di massima tensione nella Cappella degli Scrovegni: Gesù annuncia il tradimento, Giovanni gli si stringe sul petto e chiede chi sia il colpevole, mentre Giuda, nell’angolo sinistro, attende il boccone intinto che Cristo sta per porgergli e che lo svelerà. La causa finale della Metafisica aristotelica è magistralmente stratificata: Gesù conosce il senso ultimo di ciò che sta per accadere, Giuda sa soltanto cosa farà quella notte, mentre gli altri dieci credono di essere stati convocati per una cena. Hanno ragione a pensarlo, ma la storia racconterà un ordine del giorno ben più notevole.
