5. Abelardo e il Sic et non: l’arte di ragionare nel conflitto


Pietro Abelardo nasce nel 1079 presso Nantes, primogenito di un cavaliere. Rinuncia ai diritti ereditari per dedicarsi alla filosofia e si trasferisce a Parigi, dove sfida i suoi stessi maestri nelle dispute pubbliche, sottraendo loro studenti e aprendo scuole proprie a poca distanza. Diventa in poco tempo uno dei maestri più celebri della città, suscitando nei suoi seguaci una devozione e nei suoi rivali un’inimicizia di pari intensità. Fulberto, canonico della cattedrale di Parigi, gli affida l’educazione della nipote Eloisa. Abelardo ha trentotto anni, lei circa diciassette. Nasce una relazione, seguita da un figlio: per placare l’ira dello zio, i due si sposano. Abelardo, temendo che le nozze possano nuocere alla sua carriera e alla sua fama, manda Eloisa nel convento di Argenteuil. Fulberto e gli altri parenti della giovane, convinti che Abelardo voglia liberarsi di lei, organizzano una vendetta e lo fanno evirare durante la notte. Dopo l’aggressione, Abelardo prende gli ordini e si ritira nell’abbazia di Saint-Denis. Anche Eloisa prende i voti e rimane nel convento di Argenteuil. I due non si rivedranno più, ma continueranno a comunicare attraverso le lettere, dando vita a una delle corrispondenze più straordinarie del Medioevo. Il pensiero di Abelardo continua a muoversi controcorrente. Viene condannato al concilio di Soissons, nel 1121, e nuovamente al concilio di Sens, nel 1140, dove Bernardo di Chiaravalle lo accusa di eresia davanti alle autorità ecclesiastiche. Abelardo muore il 21 aprile 1142, sotto la protezione dell’abate di Cluny, Pietro il Venerabile. I corpi di Abelardo ed Eloisa riposano ora insieme nel cimitero del Père-Lachaise, a Parigi, dove furono trasferiti nel XIX secolo.


Abelardo esercita un’influenza potentissima sullo sviluppo della filosofia medievale: è un maestro affascinante e prestigioso, capace di gettare le fondamenta della futura Università di Parigi grazie alla sua fama e al suo metodo di ricerca. L’opera in cui tale procedimento viene meglio messo a fuoco è il Prologo del Sic et non, tradizionalmente collocato agli inizi degli anni Venti del XII secolo.

L’opera è una raccolta di sententiae di Padri della Chiesa, riorganizzate per problemi, in modo da far apparire le varie argomentazioni come risposte positive (sic) o negative (non) al quesito proposto. Il metodo espone le discordanze della tradizione ecclesiastica, evidenziandone i contrasti, ma lo scopo di Abelardo è ben difendibile: solo esponendo nettamente i problemi, si può tentare di risolverli.

Una volta esclusi dall’elenco i libri dell’Antico e del Nuovo Testamento, che vanno letti con l’obbligo di credere, restano da analizzare solo i testi patristici, redatti fra il II e l’VIII secolo d.C., che rappresentano la base della dottrina cristiana antica e possono essere affrontati con libertà di giudizio. Anche nelle aziende esiste questa distinzione tra ciò che va accettato e ciò che si può discutere. Lo statuto aziendale, le norme di legge e gli obblighi contrattuali occupano il primo perimetro. Tutto il resto ammette il giudizio critico, anche perché molte prassi che sembrano intoccabili non sono mai state deliberate da nessuno per l’eternità: sopravvivono per inerzia e vengono erroneamente difese come se avessero il rango di una norma.

Secondo Abelardo, quando si trovano opinioni discordanti nei testi patristici in merito allo stesso argomento, occorre ragionare subito sui fini in vista dei quali i due autori si sono espressi. Quando il commerciale chiede tempi di consegna più rapidi per non perdere un ordine e il responsabile della produzione li giudica insostenibili, la contraddizione nasce dalla risposta a due domande diverse: il primo lavora sulla tenuta del cliente, il secondo sulla fattibilità del processo. Esiste spesso una posizione d’incontro più facilmente raggiungibile nel momento in cui ciascuno dei due prova a immedesimarsi nei vincoli dell’altro.

Inoltre, per Abelardo, vanno distinti i momenti in cui i diversi autori hanno elaborato le loro risposte:

Si devono distinguere anche i tempi e i motivi delle dispense, poiché spesso ciò che in un determinato momento è concesso, in un altro si scopre che è proibito; e ciò che più spesso viene ordinato con rigore, talvolta viene attenuato grazie a una dispensa.

Pietro Abelardo, Sic et non, a cura di B. Boyer e R. McKeon, University of Chicago Press, Chicago-London, 1976, p. 96.

Traduzione libera dal latino: Distinguenda quoque tempora sunt et dispensationum causae, quia saepe quod uno tempore est concessum, alio reperitur prohibitum; et quod ad rigorem saepius praecipitur, ex dispensatione nonnumquam temperatur.

Nel diritto canonico medievale la dispensa è l’atto con cui l’autorità ecclesiastica esonera un fedele dall’obbligo di una norma generale in ragione di circostanze particolari: non abolisce la regola, ma riconosce che le circostanze possono renderla inapplicabile. Secondo Abelardo, ciò che un autore ha scritto va letto nel contesto in cui lo ha scritto, perché le stesse parole in un momento diverso possono significare una cosa diversa. Parimenti in azienda, ricostruire il momento e il motivo per cui una regola è nata conta più di qualsiasi argomentazione sulla sua utilità presente.

Infine compare il principio fondamentale con cui si risolvono parecchie controversie, che sono tali solo in apparenza: le stesse parole possono avere significati diversi nei diversi autori. In ambito lavorativo esistono termini densi come “urgente” o “eccellenza” che i singoli portano con un significato costruito nella propria individualità e nella propria esperienza professionale. Abelardo suggerisce di verificare il lessico prima di esaminare le posizioni: una parte consistente dei conflitti scompare nel momento in cui ciascuno dichiara cosa intende con le parole che usa.

Il nocciolo del ragionamento di Abelardo è che il dubbio promuove la ricerca e conduce alla verità: l’uomo, in quanto essere pensante, ha il dovere di ricorrere alla ragione per risolvere il contrasto delle opinioni. Il Sic et non è una proposta concreta di pensiero critico strutturato, che prevede la mappatura degli obiettivi di chi sostiene ciascuna posizione, la ricostruzione del contesto in cui le regole sono nate, la verifica che le parole usate abbiano lo stesso significato per chi le pronuncia e per chi le ascolta, e l’esplorazione di ciascuna posizione fino in fondo prima di convergere su una soluzione.

Da ultimo, il pensiero di Abelardo al cospetto dei Padri della Chiesa ricorda anche provocatoriamente ai manager che l’autorità non esaurisce il compito della ragione: esclusa la Bibbia, ciò che viene imposto dall’alto deve poter essere sottoposto a esame e compreso nelle sue ragioni. Un leader dovrebbe sapere spiegare perché ha deciso in quel modo, e accorgersi quando l’unica risposta disponibile è il grado che ricopre.


Michelangelo Merisi detto Caravaggio, David con la testa di Golia, Galleria Borghese.
Michelangelo Merisi detto Caravaggio, David con la testa di Golia, 1606-07 o 1609-1610. Olio su tela, Galleria Borghese, Roma.

Caravaggio dipinge il David con la testa di Golia a Napoli, dove si trova in esilio dal 1606, dopo la condanna per l’omicidio di Ranuccio Tomassoni. David appare triste e malinconico mentre regge il capo mozzato di Golia, nel cui volto il pittore raffigura il proprio autoritratto. Sulla lama della spada compare la sigla H.AS O S, interpretata come abbreviazione del motto agostiniano H[umilit]AS O[ccidit] S[uperbiam], ovvero “l’umiltà uccide la superbia”, forse una supplica cifrata rivolta a Paolo V per ottenere il perdono e il ritorno a Roma. Il dipinto mi richiama la figura di Abelardo: David sfida un avversario più potente affidandosi alla precisione del gesto, mentre Abelardo affronta le autorità ecclesiastiche attraverso la forza dell’argomentazione. In entrambi i casi, il conflitto trova la sua soluzione nella capacità di individuare il punto decisivo, evitando lo scontro aperto e valutando con intelligenza tutti gli elementi presenti sul campo.


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