Jean-Paul Sartre nasce a Parigi nel 1905. Perde il padre a quindici mesi e cresce con la madre e il nonno materno, che lo avvia presto alla letteratura e alle lingue. Studia all’École Normale Supérieure, dove incontra Simone de Beauvoir, sua compagna intellettuale per tutta la vita. Dopo la laurea insegna filosofia nei licei e nel 1938 pubblica La nausea, il romanzo che lo rende celebre. Durante la Seconda Guerra Mondiale viene fatto prigioniero dai tedeschi e internato nel campo di Treviri per nove mesi. Ottenuta la liberazione, si avvicina agli ambienti intellettuali della Resistenza e nel 1943 dà alle stampe L’essere e il nulla, l’opera che conferisce all’esistenzialismo francese la sua formulazione più sistematica. Nel 1964 gli assegnano il Premio Nobel per la letteratura, ma lui lo rifiuta: accettare significherebbe diventare un’istituzione e perdere la libertà che rende autentico il proprio lavoro. Muore nel 1980 e cinquantamila persone seguono il suo funerale per le strade di Parigi.
Ne L’essere e il nulla c’è un esempio che spiega il modo in cui esistiamo agli occhi degli altri. La scena è costruita in prima persona. Sto spiando da un buco della serratura e sono completamente assorbito in ciò che vedo, senza nemmeno pensare a me stesso. Improvvisamente sento dei passi nel corridoio. In quell’istante provo vergogna e divento, da fuori, “un tizio che spia”. Non serve necessariamente che ci sia qualcuno, bastano i passi a cambiare tutto. Quello sguardo, reale o immaginato, mi trasforma in qualcosa di definito, in una figura che ha compiuto un’azione.
Se c’è un Altro, chiunque esso sia, ovunque sia, e quali che siano i suoi rapporti con me, anche se non agisce su di me in altro modo che con la semplice comparsa del suo essere, io ho un di fuori, una natura; il mio peccato originale è l’esistenza dell’altro.
Jean-Paul Sartre, L’essere e il nulla, trad. di G. Del Bo, Il Saggiatore, Milano 1965, Parte Terza, cap. I, sez. IV, p. 333
Nella tradizione cristiana il peccato originale si eredita alla nascita e precede qualsiasi scelta. Sartre recupera questa idea e la reinterpreta: il vero problema che ci affligge non è una macchia morale, ma il fatto che gli altri ci restituiscano un’immagine di noi che non controlliamo del tutto. La vergogna, nell’esempio della serratura, è il momento in cui ce ne accorgiamo, ma questa condizione esiste indipendentemente da ciò che proviamo o dalle intenzioni che abbiamo.
Ognuno di noi vive su due piani in contemporanea. Dentro ci sperimentiamo come qualcuno che può cambiare o ricominciare, se necessario. Fuori diventiamo invece qualcosa di più fisso, un ritratto pubblico che si consolida nel tempo. Chi ignora questo secondo piano si illude di essere l’unico autore di se stesso. Chi lo subisce passivamente rinuncia alla sola cosa che per Sartre conta, cioè decidere come porci rispetto a ciò che gli altri hanno già visto. La lucidità sta nel tenere insieme questi due aspetti strutturalmente inconciliabili: riconoscere come veniamo percepiti, senza credere che quel giudizio dica tutto di noi.
Sul piano professionale la forma che la nostra identità assume nel mondo condiviso prende il nome di reputazione. In un’organizzazione questo significa avere un’immagine agli occhi dei colleghi, dei superiori e dei propri collaboratori.
Tra colleghi dello stesso livello la reputazione si costruisce senza filtri gerarchici ed è spesso la più immediata. Quello che i pari osservano nel tempo è difficile da controllare. Chi si fa trovare nei momenti difficili o riconosce i meriti altrui si imprime in un certo modo nella memoria collettiva. Vale all’incirca lo stesso, in negativo, per chi si defila davanti a una responsabilità o si intesta risultati che non sono suoi. Chi cambia azienda lascia quel giudizio nel luogo in cui si è formato, ma in un mondo iperconnesso la reputazione viaggia comunque. Referenze e reti professionali costruiscono un profilo prima ancora di potersi presentare.
La valutazione che i superiori maturano su chi coordinano nasce attorno a episodi rivelatori: come si reagisce quando qualcosa va storto, o se davanti a un problema arriva prima la lamentela o la proposta. Col tempo queste interpretazioni si fissano e persistono anche all’evidenza contraria, cristallizzandosi soprattutto nelle conversazioni che avvengono quando il diretto interessato non c’è. Tale dinamica è comune alla reputazione in generale, ma nel rapporto con i superiori pesa di più perché ha ricadute su opportunità e carriera.
Il team impara presto a distinguere ciò che un capo dichiara di essere da ciò che dimostra nei fatti. La distanza si misura nella pratica quotidiana, in primis nel modo in cui tratta chi ha meno potere o nella condotta che tiene quando pensa di non essere osservato. In ogni gerarchia esiste anche il rischio che il rispetto si trasformi in deferenza: col tempo i collaboratori smettono di raccontare come stanno realmente le cose, magari per riguardo o per calcolo, o addirittura per rassegnazione. Chi comanda finisce così per decidere al buio, convinto invece di sapere tutto. Il leader che ragiona oltre il proprio mandato sceglie la strada opposta: attraversa il confine del ruolo senza farsene scudo e coltiva rapporti in cui la trasparenza prevale sull’opportunità di compiacere. È questo che distingue chi governa davvero da chi presidia soltanto la propria narrazione.

Diego Velázquez dipinge Las Meninas nel 1656, al culmine di una carriera trascorsa al servizio della corona spagnola. In questo quadro sceglie di sovvertire le convenzioni del ritratto di corte: si mette nella scena accanto a una grande tela di cui vediamo solo il dorso, con il pennello già alzato, mentre intorno all’infanta Margherita si muove un piccolo mondo di personaggi. Sullo specchio in fondo alla stanza appaiono riflessi Filippo IV e Marianna d’Austria, quasi certamente i volti di quel ritratto invisibile. La domanda su cosa Velázquez stia dipingendo rimane sospesa, ma noi siamo già lì, al posto del soggetto da ritrarre, e i personaggi ci stanno guardando. Arriviamo a scoprire di avere già un ruolo in quella scena, assegnato prima che decidessimo di entrare. È la stessa vertigine che Sartre mette a fuoco ne L’essere e il nulla: prima ancora di poterci raccontare, siamo già qualcosa per qualcun altro.
